I PRIMI CAMPIONATI E MISTER GARBUTT

mister garbuttLa stagione 1926/27 si concluse con un bilancio disastroso per il Napoli. La squadra tipo era: Pelvi, Pirandello, Innocenti, De Martino, Kreutzer, Minter, Gariglio I, E.Ghisi, Sallustro, Iacquinto, Sacchi. Fu in quell'anno che, per demeriti acquisiti, il Napoli divenne per tutti "o' ciuccio", segno distintivo per sempre, persino simbolo per lunghissimi anni. Alla pessima posizione in classifica si aggiunsero le dimissioni di Ascarelli. Nuovo presidente fu nominato l'onorevole Sansanelli. Allenatore divenne Bino Shasa, al posto di Kreutzer, che se ne era tornato a Vienna. Shasa inventò Sallustro centromendiano: non soltanto una rivoluzione numerica, dal 9 al 5, ma un vero e proprio gesto copernicano. Tuttavia, il Napoli si salvò, nonostante l'azzardata mossa tecnica, grazie ad un provvedimento federale. Da Shasa a Steiger, ma sempre un Napoli ancora lontano da un buon livello: dopo aver vinto in casa contro la Reggiana per 3 a 1, ecco le batoste contro Milan (1-5), Cremonese (5-0) e Brescia che all'Arenaccia vinse per 4-0. Dimissioni societarie, un nuovo gruppo al comando: Felice Scandone e Mario Argento, giornalisti e gentiluomini, e Gianni Terrile, sportivo puro. La reggenza nominò presidente il cavalier Emilio Reale; allora i presidenti si succedevano con la velocità dei funghi dopo il temporale. Infatti, un anno dopo, ecco sulla poltrona di massimo dirigente l'onorevole Maresca di Serracapriola. Il Napoli acquistò giocatori dal Nord e dal Sud. La Federcalcio aveva stabilito un tetto massimo di 16 squadre partecipanti alla massima serie e non si poteva sperare nel solito finale tra gli ultimi, ma salvi. Si arrivò ad uno spareggio tra Napoli e Lazio: due sfide, due pareggi. Vinse solo la paura di perdere. La Federcalcio applicò una sanatoria, iscrivendo ambedue le squadre. Ascarelli, nel frattempo, era tornato al Napoli per dare una mano e ordinò la costruzione di un nuovo stadio, grandioso, che avrebbe portato il suo nome.
Ascarelli, per non soffrire più, decise di puntare su un signore che come allenatore si faceva chiamare mister: signore, appunto. Inglese, Willy Garbutt aveva allenato per sette anni il Genoa e poi la Roma. Quando Ascarelli lo convocò a Napoli, il calore della gente lo ipnotizzò e disse di sì in poche ore. Garbutt puntò sul ciclopico portiere Cavanna, noto per la coppola da cavallo e maglie nere come la pece, per anni colonna del Vercelli; dal Torino prese Vincenzi; dalla Juventus, Vojack dall'Atalanta, Perani; dalla Fiumana, Mihalic. Il primo giorno, pronunciò parole che, ancora oggi, sono un modello per i signori "mister" di tutto il mondo, autodidatti o allevati nei supercorsi: "Per fare una grande squadra bisogna dimostrare di essere grandi giocatori, cioè calciatori che hanno grande coraggio, grande entusiasmo, grande cuore. Chi non ha queste virtù può vestirsi ed andarsene subito. Quelli che intendono restare devono farsi trovare tra dieci minuti, in tenuta atletica, nella mia stanza perché voglio loro stringere la mano e conoscerli personalmente".
Il Napoli di Willy Garbutt schierava Cavanna, Vincenzi, Innocenti, De Martino, Roggia, Zoccola, Perani (Buscaglia), Vojack, Sallustro, Mihalic, Fenili. Il Napoli cresceva pian piano, ma divenne presto un altro Napoli con diversa mentalità: basta ricordare il derby del Sud giocato contro la Roma al campo del Testaccio. Minacce prima della gara, tifosi napoletani al seguito, gol di Sallustro e Vojack, pareggio giallorosso, gente infuriata, botta di Fenili, palla all'incrocio dei pali, rete bucata ma gol. Anzi no, un raccattapalle aggiustò la rete e l'arbitro Dani, pressato dai romanisti in campo e sulle tribune, annullò il gol che pure a lui era sembrato tanto regolare da suggerire a Sallustro di presentare reclamo: ve lo appoggerò, assicurò. Nel Febbraio del 1930 il Napoli debuttò all'Ascarelli e batté la Triestina. Ascarelli, però, morì alla vigilia di Milan-Napoli, 3 a 0 per gli azzurri. Il Napoli terminò il campionato al quinto posto. L'anno successivo la società cominciò la serie degli acquisti da record, caratteristica rimasta immutata sino ai giorni di Maradona. Ecco per 250'000 lire, più una busta fuori contratto, l'ingaggio dal Torino del difensore Enrico Colombari. Arrivano anche il genovese Castello, il livornese Bandini, Rizza, Monsini e Fontana. Per tre mesi il Napoli fu la squadra rivelazione, poi un declino, le intemperanze di qualche tifoso (campo squalificato per due giornate, quindi il sesto posto finale. Ma il 14 Febbrario del 1932 allo stadio Ascarelli per Italia-Svizzera c'era un terzetto napoletano: Colombari, Vojack, Sallustro. Anche allora la maglia azzurra era un… miracolo; a dispetto dei meriti sul campo, per i napoletani, questo serve a far capire quanto fossero bravi i tre.
Nel 32/33 il Napoli finì comunque al terzo posto, chiudendo il campionato con un gran colpo: la vittoria di Milano contro l'Ambrosiana Inter con un rotondissimo 3-5. Stagione 33/34, il Napoli cambia casa: gioca al Vomero. Inizio poco brillante, poi il lavoro serio e competente di Mister Garbutt, la qualità e la serietà di calciatori ormai simbolo come Cavanna, Innocenzi, Sallustro, Buscaglia portarono il Napoli a disputare un ottimo italiano: dopo la Juventus, Campione d'Italia e l'Ambrosiana Inter, ecco di nuovo il "ciuccio" azzurro. E se l'anno prima il Bologna s'era qualificato per la Coppa UEFA grazie alla differenza reti, stavolta per il Napoli l'ingresso nelle coppe continentali equivaleva ad un vero e proprio certificato di laurea. L'avventura, però, durò poco perché, nonostante il pareggio contro l'Admira di Vienna nella partita di andata al Prater, stadio già leggendario, nella gara di ritorno all'Ascarelli, il doppio vantaggio fu sciupato per una tattica a metà tra l'inesperto e il presuntuoso. La gara "tre" si giocò a Zurigo e l'Admira rifilò 5 gol al Napoli.
Cambiò qualcosa, l'anno dopo, come quando un ciclo si esaurisce. Il Napoli partì tra le polemiche e chiuse tra gli sbadigli. Settimo: un piazzamento deludente. Un ridimensionamento. Ma in quel 1935 accadde comunque qualcosa di grande, destinato a lasciare un segno, un timbro, un'impronta indelebile: l'ingresso in società di Achille Lauro, "o' comandante", vicepresidente dell'Associazione Calcio Napoli.
Mister Garbutt se ne andò, avvertì che aveva vissuto bei momenti e che qualcosa era cambiato sia in lui che intorno a lui. Nuovo allenatore, un altro straniero: l'ungherese Capskay. Il Napoli, però era in fase calante, e Attila Sallustro addirittura si trovò in discussione con Busani, uno degli ultimi acquisti della gestione Savarese, ingegnere appassionato, ma che non lasciò traccia profonda della sua presidenza. Infatti, il 15 Marzo del 1936 lasciò il timone ad Achille Lauro.
Lauro ingaggiò dal Messina il nuovo allenatore: Mattea. Al posto di Cavanna, zio di Silvio Piola, ecco Mosele. Sallustro era un mito ma parecchi sportivi, ed anche qualche critico, non volevano che venisse sacrificato il talento di Guglielmo Giovi, un bomber di Bagnoli. Il Napoli dell'era Lauro arrivò tredicesimo: poca roba. Lauro non voleva ombre attorno a sé, ed un personaggio come Sallustro senz'altro gliene faceva, e così il comandante lo tagliò. Arrivarono altri rinforzi. Rocco e Pretta, un anziano e un giovane. Col Napoli però ancora invischiato nelle sabbie mobili della classifica, ecco Lauro indotto al cambio di allenatore: Payer, ungherese, condusse il Napoli alla salvezza. Lauro spendeva: dalla Lucchese acquistò Romagnoli, che divenne idolo in un baleno, per 155'000 lire. Il settimo posto non fu ovviamente l'effetto di una marcia trionfale, ma almeno non c'era più da soffrire per la paura di retrocedere. Cosa che però accadde l'anno dopo, nel 1939, con un quattordicesimo posto finale. Lauro entrò in conflitto con la squadra e, così, per rabbia o disamore momentaneo, lasciò la società nelle mani dell'ingegner Del Pozzo.

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